Sua Eminenza il Cardinale Fernando Filoni


L’Ordine degli Studi della Pontificia Università Urbaniana per l’anno accademico 2019-2020 prevede una novità. Nella Facoltà di Teologia viene istituita una sezione specialistica per il conferimento dei gradi di Licenza e Dottorato denominata “Teologia pastorale e Mobilità umana”. Lo Scalabrini International Migration Institute (S.I.M.I.), che dal 2004 ha operato come Istituto incorporato nella stessa Facoltà, interrompe la sua attività accademica e il quadro disciplinare afferente alla Mobilità umana, rinnovato nella sua organicità teologico-pastorale, entra a pieno titolo nel novero delle proposte di formazione scientifica dell’Urbaniana. A tal fine, in qualità di Gran Cancelliere della stessa Università, avevo autorizzato il Magnifico Rettore a sottoscrivere un accordo con il superiore generale dei Missionari di San Carlo (Scalabriniani) e a richiedere l’approvazione della nuova entità alla Congregazione per l’Educazione Cattolica. Questa, in breve, la notizia. Importa però sottolinearne il significato.

Senz’altro unica nel suo genere, la sezione nasce per impulso della Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium nel cui Proemio Papa Francesco aveva illustrato i criteri di fondo per il rinnovamento e il rilancio del contributo degli studi ecclesiastici “a una chiesa in uscita missionaria”. In buona sostanza, il Santo Padre aveva chiesto alle Università e Facoltà ecclesiastiche “di rivedere l’architettonica e la dinamica metodica dei curricula di studi” per renderli produttivi nel mutato contesto socio-culturale a livello planetario e così “arrivare là dove si formano i nuovi racconti e i nuovi paradigmi”. Ebbene, a nessuno sfugge che oggi le varie forme della mobilità umana rappresentino un fattore di accelerazione del “cambiamento” del volto socio-culturale ed economico delle città e delle loro periferie come dei continenti e delle loro nazioni. Di fatto, nelle inedite dinamiche interpersonali, interculturali e interreligiose suscitate dai nuovi scenari delle migrazioni e dei conflitti ad esse sottesi sono direttamente coinvolti tanto i singoli credenti quanto le comunità ecclesiali che si trovano in ogni angolo della terra. Di tutto ciò non può non tener conto il sistema degli studi ecclesiastici. Se verrà sorretto dalla rinnovata visione del compito confidato alla teologia cristiana da Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium e quindi nella Veritatis gaudium, esso potrà contribuire a elaborare paradigmi di studio e di azione pastorale capaci di interpretare, alla luce del Vangelo, i forzati o necessitati processi della circolazione delle persone umane e di promuovere concretamente il loro diritto a sentirsi ovunque vadano cittadini senza temere discriminazioni, marginalizzazioni ed esclusioni.

Solo aprendosi al mondo e facendosi carico “in tempo reale” dei suoi problemi il lavoro teologico potrà acquisire “uno stile di costruzione della storia”, ovvero di costruzione del futuro della convivenza pacifica delle differenze nell’unica famiglia umana, proprio di quel futuro che porti quindi all’abbattimento dei bastioni della separazione tra un “noi” che si confina e si protegge come il proprio familiare, ed un “loro” che, invece, si avverte e soprattutto si teme come “estraneo”, quindi “esterno” al proprio territorio comunicativo-culturale e politico-economico o, come si usa dire, “straniero” con l’implicita connotazione di potenziale ostilità. Il paradosso, a ben vedere, è che mentre oggi il progresso tecnologico ci fa superare i confini, ci riduce le distanze, consente a tutti di comunicare nel comune villaggio globale, l’ospitalità a intere masse di altri esseri umani costrette a viaggi pericolosi e umilianti viene in esso negata o resta per molti sgradita.

Si è stimato che nel gennaio 2018 i migranti internazionali fossero circa 258 milioni (di questi, 79,6 in Asia, 77,9 in Europa, 57,7 nel Nord America, 24,7 in Africa, 9,5 in America Latina, 8,4 in Oceania) e che nei prossimi 10 anni questo numero sarebbe destinato ad aumentare di oltre 50 milioni. La mappa della mobilità umana internazionale comprende sia i cosiddetti “migranti economici”, ovvero persone necessitate a cercare altrove gli elementari mezzi di sostentamento per dare un futuro a sé e alle proprie famiglie, sia i “migranti variamente forzati”, per lo più rifugiati, sfollati, richiedenti asilo, vittime di disastri ambientali, della tratta e del cinico sfruttamento, o originati dalla incapacità dei governanti a provvedere ai bisogni dei propri cittadini nella pace e nel rispetto dei diritti civili.

Viene da chiedersi quale possa essere per ciascuna di così tanti milioni di persone il concetto di “patria” o di “comunità di appartenenza”. Mi pare opportuno richiamare un passaggio della conferenza tenuta dal Beato Giovanni Battista Scalabrini a Ferrara nel remoto 1899, mentre assisteva all’onda migratoria di italiani verso l’America: “…La immensa maggioranza, per non dire la totalità, di coloro che espatriano per recarsi nella lontana America, non fuggono l’Italia per aborrimento al lavoro, ma perché questo loro manca e non sanno come vivere e mantenere la propria famiglia (…). Per il diseredato, la patria è la terra che gli dà il pane”. Nelle attuali condizioni dei conflitti armati tra le nazioni e all’interno delle stesse nazioni, delle nuove forme di colonizzazione economica e dei connessi processi di esclusione dei più deboli, per i migranti forzati, “patria” non sarà forse la comunità che semplicemente li accoglie, li protegge, li promuove e li integra? Eppure, non si può non pensare che gli stessi migranti non continuino ad amare il proprio paese dove lasciano parenti e amici, dove rimettono parte dei propri guadagni e, forse, sognano di ritornare quando potranno costruire una casa per godere gli ultimi tempi della propria esistenza.

È proprio con questi verbi che la Chiesa oggi coniuga la sua missione per vincere, anzitutto all’interno delle sue stesse comunità, la facile tentazione di erigere muri spirituali o di fomentare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e delle periferie esistenziali. Non si può sottovalutare la posta in gioco per il lavoro teologico e pastorale. L’assunzione di nuovi compiti da parte del sistema universitario che a un tale lavoro deve preparare con rigore e coraggio è tanto gravosa quanto urgente. Con questa consapevolezza la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli sosteneva il desiderio dell’Università Urbaniana, da secoli esperta di vitalità missionaria multiculturale, di dar vita ad un percorso di studi in grado di introdurre le studentesse e gli studenti alla comprensione scientifica della complessità delle forme delle mobilità umane e, quindi, di abilitarle all’elaborazione di piani di azione teologico-pastorale in grado di contribuire a formare, a loro volta e in ogni paese, comunità ecclesiali capaci di accoglienza, di protezione, di promozione e di integrazione di altri esseri umani che bussano alle loro porte.

La nuova Sezione si colloca, pertanto, nella più ampia prospettiva di rispondere all’istanza di un programma educativo globale volto a promuovere, in ogni contesto, la fratellanza umana. Il 12 settembre scorso il Santo Padre ha rivolto ai rappresentanti delle principali religioni, agli esponenti degli organismi internazionali e delle istituzioni umanitarie, del mondo accademico, economico, politico e culturale, un messaggio per convocarli, il 14 maggio 2020, ad un grande incontro di dialogo sul futuro del pianeta e per invitarli a sottoscrivere un “Global Compact on Education”. Un patto educativo globale – spiegava nel messaggio – “per ravvivare l’impegno per e con le nuove generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione”, “per respingere la cultura dello scarto”, per “mettere al centro la persona”, “per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente”. “Mai come ora – motivava il Pontefice – c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna”. Alla comunità accademica dell’Università Urbaniana rivolgo l’invito di sintonizzarsi, attraverso questo suo nuovo curriculum specialistico, con le profetiche aspettative generate dal ricostruendo “patto educativo globale”.

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