Come possiamo inquadrare il complesso fenomeno migratorio per meglio comprendere questa realtà?

Nel 2000 insieme ad un gruppo di colleghi sono stato tra i primi a frequentare il SIMI. Nonostante all’inizio non fossi proprio motivato (avevo chiesto ai superiori  un’altra Licenza), col tempo ho capito la ricchezza che é stato per me questo biennio di formazione: mi ha dato la capacità di leggere i fenomeni migratori. Penso sia la cosa più importante che porto con me. I numeri e le statistiche cambiano continuamente, e con essi anche i tentativi di intervento. Ciò che resta per uno studioso é la forma mentis, la capacità di analisi di un processo. Oggi c’è bisogno di questo per comprendere il fenomeno migratorio. C’è bisogno di parametri, di sapere distinguere le migrazioni forzate da quelle libere, di conoscere i push e pull factors, di avere delle competenze interdisciplinari perché la mobilità umana tocca tutta la persona, non é solo  una questione statistica.

 

La sua esperienza pastorale in una comunità di frontiera ha influenzato il suo modo di affrontare le sfide poste dal fenomeno migratorio?

Nel 2002, appena ordinato sacerdote, sono stato inviato per 2 anni a Los Angeles, in una parrocchia interculturale, i cui parrocchiani erano prevalentemente latinoamericani. Vivevamo ogni giorno la dinamica della frontiera (Messico-Stati Uniti) con tutte le sue sofferenze e sfide, in quanto la maggior parte dei parrocchiani era o aveva parenti indocumentati che avevano attraversato il confine.

Dal 2008 sono in Svizzera, occupandomi di migranti economici e rifugiati. Anche qui le frontiere sono forti e marcate, soprattutto a livello politico e identitario. Oltre a quelle fisiche ci sono poi le frontiere culturali, ancora più radicate e difficili da mettere in dialogo.

Vivere in questi contesti é sicuramente per me una bella sfida e uno stimolo a mantenere sempre flessibile e aggiornato il mio stile e approccio pastorale. C’è bisogno di saper adottare contemporaneamente nuovi modelli pastorali, lasciandosi ispirare dal contesto in cui si vive e si lavora.

 

Come risponde alle paure sulle migrazioni?

Sappiamo bene che la paura é vinta con la conoscenza. Fa paura ciò e chi non si conosce. Dunque anche nelle nostre esperienze e proposte pastorali cerchiamo di far incontrare le persone e le culture. A volte il livello di dialogo é astratto (conferenze, dibattiti, incontri formativi), altre volte proponiamo incontri concreti (progetti sociali, momenti di fraternità, come può essere un pranzo, una celebrazione o una festa). Abbiamo bisogno di entrambi i momenti. Mi piace il motto: “più si conosce e più si ama, più si ama e più si conosce”. Lo possiamo applicare a più contesti: dal rapporto di coppia all’incontro tra due o più culture.

 

Antonio Grasso è un missionario scalabriniano. Ha conseguito il Baccellierato presso l’Università S. Tommaso e la Licenza in Teologia pastorale della Mobilità Umana presso il SIMI (Scalabrini International Migration Institute) di Roma.  Ha vissuto per due anni a Los Angeles, lavorando con i migranti latinoamericani, si è occupato di pastorale giovanile interculturale e ha lavorato in Svizzera con i rifugiati e presso le comunità di lingua italiana di Basilea e Berna. Nel 2019 ha conseguito il Dottorato presso la Facoltà Teologica di Friburgo (Svizzera).